Marisa Merz

Marisa Merz esordisce nel 1966 esponendo nel suo studio di Torino sculture di lamine di alluminio: strutture spiraliformi in alluminio, mobili e irregolari, che oppongono al rigore del minimalismo un’immagine metamorfica, enigmatica, aerea.

Queste installazioni, composte da più elementi che dialogano insieme, sono concepite in funzione del luogo specifico che le ospita e sono riproposte successivamente in diversi allestimenti. Fondato sull’interesse per le qualità dei materiali e su una progettualità essenziale, questi primi lavori preparano la partecipazione ufficiale dell’artista al movimento dell’arte povera.

Nel 1968, in occasione della collettiva Arte Povera + Azioni Povere curata da Germano Celant agli Arsenali dell’Antica Repubblica di Amalfi, Marisa Merz espone sulla spiaggia coperte arrotolate e imballate con filo di rame o scotch (Senza Titolo, 1966) e opere legate all’infanzia della figlia Beatrice fatte di filo di nylon, rame o lana. L’artista introduce nel linguaggio della scultura contemporanea tecniche tradizionalmente considerate artigianali o appannaggio del lavoro femminile, sovvertendone però la destinazione e attribuendo alle procedure e ai materiali di volta in volta adottati piena dignità artistica.

Raccogliendo la lezione degli assemblaggi di Pablo Picasso [1881–1973] e dei Mobile di Alexander Calder [1898–1976], l’opera introduce nella scultura la nozione del gioco e del piacere marcando ulteriormente la distanza dell’artista dalle strutture primarie, razionali e autorefenziali, del minimalismo.

Anche rispetto al gruppo dell’Arte Povera, però, Marisa Merz mostra sin d’ora una sensibilità eccentrica. La componente temporale intimamente presente già nei lavori a maglia acquista una valenza decisiva nelle installazioni successive, nelle quali Marisa Merz procede a raccogliere, combinare e ridefinire proprie opere precedenti. Come accade in Tavole: due tavoli rettangolari sui quali sono collocate le coperte arrotolate del 1966 e una scrivania in legno piena di oggetti raccolti nel tempo dall’artista, opera presentata per la prima volta alla galleria L’Attico di Roma nel 1969 e poi esposta nel 1970 al Museo Civico di Bologna per la III Biennale Internazionale della Giovane Pittura. O come accade nel 1972 alla XXXVI Biennale di Venezia, dove l’artista presenta Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti (1975), che riunisce le sculture in filo di rame, la Scodella di sale (1967), Bea e Scarpette (1968).

Usate per comporre discorsi sempre nuovi, queste opere intrattengono tra loro un dialogo serrato, creano un campo di forze scandito dalla presenza di diverse temporalità: quella obbiettiva del presente e quella affettiva del ricordo volontario (quando include tasselli dell’esistenza privata dell’artista) e involontario (quando mostra archetipi legati al mondo femminile).

Dopo la partecipazione nel 1973 alla collettiva Ricerca estetica dal 1960-1970 ordinata in Palazzo delle Esposizioni a Roma nell’ambito della X Quadriennale Nazionale d’Arte, gli interventi di Marisa Merz acquistano un carattere compiutamente ambientale nella serie di “stanze” che l’artista contestualmente realizza in spazi complementari: quello aperto e pubblico della galleria e quello sotterraneo e privato della cantina (1977) o del proprio studio (1979). Spazi che l’artista trasforma in un grande mosaico di cui lei stessa è la figura centrale e l’animatrice.

Questo movimento continuo dalla dimensione personale a quella pubblica, secondo un’oscillazione di forme e opere che di volta in volta trovano una loro specifica e sempre diversa dimensione espositiva, costituisce una delle chiavi di lettura principali del lavoro di Marisa Merz.

Da allora l’artista espone le proprie opere solo in occasione di importanti collettive, come la XXXIX Biennale di Venezia del 1980, dove è invitata da Herald Szeemann nell’esposizione L’arte degli anni settanta; Identité italienne. L’art en Italie depuis 1959, curata al Centre Georges Pompidou di Parigi da Germano Celant nel 1981; Avanguardia. Transavanguardia curata da Achille Bonito Oliva a Palazzo delle Esposizioni a Roma (1982). A Documenta 7 a Kassel, nel 1982, Marisa Merz articola una piccola stanza parallelamente a Meret Oppenheim, inaugurando una modalità espositiva di tipo dialogico a cui ricorrerà più volte negli anni successivi.

Recentemente l’opera di Marisa Merz è stata oggetto di numerose mostre personali museali tra cui: il Museo MADRE di Napoli; lo Stedelijk Museum di Amsterdam; il Kunstmuseum di Winterthur (Svizzera); il Centre Georges Pompidou di Parigi.

Nel 2001 Marisa Merz ha ricevuto il premio speciale “Venice Biennale”.

Recentemente il Centre Internationale d’Art et du Paysage, Ile de Vassivière le ha dedicato una mostra personale.