Il catalogo è pubblicato in occasione della mostra Voglio fare subito una mostra di Elisabetta Benassi alla Fondazione Merz dal 15 maggio 2012 al 8 settembre 2013. “La mostra si articola in momenti diversi partendo dalla grande installazione del peschereccio ‘spiaggiato’ nelle sale della Fondazione e da un’automobile che pende dalla sua poppa (Mareo Merz, 2013). Mesi prima, la cronaca di un quotidiano riportava l’immagine di una barca le cui reti gonfie contenevano un’altra barca. L’artista si appropria mentalmente di quella visione surreale, la elabora e la restituisce, ricca di altri contenuti. La ricerca di Elisabetta Benassi porta sempre a scoprire ciò che il tempo ha fatto sedimentare nelle cose, non solo le tracce visibili dei processi di trasformazione della materia, ma l’anima delle cose data ad esse da chi le ha possedute o soltanto vissute per brevi periodi impregnandole di umori, risate, sonno e veglie estenuanti. […] Ed ecco, dopo dieci anni, riemergere dalla memoria di molti, un’auto, l’ultima appartenuta a Mario Merz. La grande barca la avvolge nelle proprie reti, tenendola sospesa. Nulla a che vedere con la vita di tante persone che di quella barca potrebbero raccontare molto. Ma le storie si intrecciano anche solo per un istante o per qualche mese e possono diventare storia comune; gli oggetti si incontrano per una volontà che è frutto di un pensiero, risultato a sua volta di riflessioni che riguardano il cammino di tanti. Dopo aver speso lo sguardo a lungo su tutto questo, e con una divaricazione mentale di qualche decina d’anni e qualche migliaio di chilometri, ci fermiamo davanti alla piccola immagine di un vietcong che si ripara sotto un ombrello nero. Camouflage? (2013). Ma da cosa si ripara? Dal sole o dalla crudeltà di una guerra che ha perso il suo significato prima ancora di averlo? L’abbiamo vissuta in tanti quella guerra, da molto lontano certo, ma avvertendone gli echi in modo chiaro e definendo attraverso essa il disagio di un mondo incomprensibile. Sul pavimento il neon Solitario Solidale (1968) di Mario Merz, sottolinea la vicinanza ideale alla solitudine del soldato creata da un evento inaccettabile. Inaccettabile come le troppe fabbriche fantasma abitate dai riverberi di rumori lontani nel tempo, quando i tavoli delle mense operaie accoglievano la voracità del pasto consumato in fretta e con la voglia che in fretta finisse la giornata di lavoro duro alle catene di montaggio. Il tavolo nudo e immacolato Pausa lavoro (2013) che Elisabetta Benassi ha riprodotto evocando Fibonacci Napoli (1971) di Merz con le mense invece densamente popolate dai lavoratori a Napoli, forse accoglie ancora una volta l’idea del fantasma che rimane in tutto ciò che è diventato storia, suo malgrado. Un motore assordante riproduce, imitandoli, i suoni di sedie mosse in modo scomposto dagli occupanti che le abbandonano per correre verso le postazioni di un lavoro alienante seppure indispensabile. […] E prosegue così la mostra dell’artista che cerca di catturare attraverso gli oggetti il pensiero che essi nascondono, restituendo universalità alla frammentazione delle emozioni di ciascuno e scrivendo per tutti la storia di ognuno e per ognuno la storia di tutti”. (Maria Centonze)
Il volume riproduce la documentazione fotografica della mostra ed è arricchito dai testi di Maria Centonze, Beatrice Merz, Luca Lo Pinto e Olaf Nicolai.