Alfredo Jaar | Abbiamo amato tanto la rivoluzione

Il catalogo è pubblicato in occasione della mostra Abbiamo amato tanto la rivoluzione di Alfredo Jaar alla Fondazione Merz dal 5 novembre 2013 al 2 febbraio 2014. “Alfredo Jaar sceglie il riflesso e la riflessione sulla storia degli anni ’60 e ’70. Compie un tratto di strada con Mario Merz, costruisce una quadreria chiamando al suo fianco i lavori di alcuni artisti che in questa avventura sente affini e illumina la memoria perché ci si possa rispecchiare in un ‘noi’ che si credeva non più pronunciabile. Una storia complicata ma nostra. […] Un atto di volontà dell’artista, con un invito a modificare la percezione delle cose. La luminosità delle parole scritte con il neon indica il confine labile della verità, il procedere non lineare del pensiero e la necessità di prepararsi all’attraversamento. Jaar ci porta ad attraversare fisicamente un paesaggio di detriti vetrosi. Un paesaggio a prima vista desolato, che sale e scende con improvvise fughe di luce e riflessi. Complice il vetro, il paesaggio ha anche la liquidità e la trasparenza dell’acqua e, in un battito di ciglia, dalla superficie ci possiamo portare al fondo del mare e poi di nuovo in superficie. Che sia immerso o emerso, il paesaggio suggerisce, tuttavia, un’immagine di abbandono, di distruzione e macerie e disturba l’idea di doversi inoltrare senza sapere verso dove. Un disturbo necessario per suggerire domande: su quali macerie camminiamo, sono le macerie del passato o le macerie di un presente già degradato? Ci si potrà rispondere lungo il percorso, intanto si può provare a pensare che quelle macerie siano anche il nostro oblio, la nostra notte, la nostra esperienza che si è oscurata. Sulla parete sale il coccodrillo di Mario Merz con la sua scia luminosa di numeri, simbolo biologico di un instabile passaggio e di conquista di una nuova realtà. Il chiarore del riflesso dei vetri rimanda alla luminosità dei numeri di Fibonacci, la cui progressione matematica ci sottrae alla caducità del tempo. E un nuovo slogan (Mario Merz, Sciopero generale azione politica relativa proclamata relativamente all’arte, 1970) è pronto a rischiarare il buio totale di una nostra stanza segreta dove quasi per caso si arriva attraverso la strada di detriti. Il buio si somma ma non riesce a mitigare il senso di urgenza che le parole trasmettono; l’uso magico e luminoso della parola che si specchia nell’acqua nera e riflette l’indicibilità della sua verità. Come in una nuova declinazione del mito platonico della caverna, i riflessi che ormai ci arrivano da ogni parte spingono a riattivare la memoria, a guardare ancora tra quelle macerie che trasfigurano, filtrano la distanza del tempo e riportano in superficie quei fatti, quei “reperti” che hanno valore e possono riattivare il presente stesso”. (Claudia Gioia)
Il volume riproduce la documentazione fotografica della mostra ed è arricchito dai testi della curatrice Claudia Gioia e Beatrice Merz, da una poesia di Nanni Balestrini e da un’intervista all’artista di Luigi Fassi.

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