No fire zone

Il catalogo documenta la mostra “No fire zone” di Gianluca e Massimiliano De Serio allestita alla Fondazione Merz dal 10 marzo al 18 aprile 2010.

I registi torinesi sono stati invitati a fornire testimonianza dell’evento conclusivo della grande mostra di Wlfgang Laib: il rito del fuoco induista (“mahayagna”) – un ciclo di offerte votive che si lega idealmente a quei concetti di creazione, nutrimento, distruzione e rinnovamento che sono parte essenziale del pensiero induista – officiato da quarantacinque bramini provenienti dalla regione indiana del Tamil Nadu. Iniziando una riflessione più ampia sulle condizioni dell’etnia del popolo Tamil (a cui gli stessi bramini appartengono), i due artisti mettono in moto una ricognizione mentale emateriale fra tutta una serie di altre figure (gli emigrati Tamil) che si sono trovate a vivere in relazione e conseguenza dei disastri prodotti dall’ultraventennale guerra civile che ha dilaniato lo Sri Lanka. Nel progetto artistico sviluppato in quei mesi, i De Serio optano per un allargamento del quadro di riferimento; partendo dall’atmosfera assorta e raccolta delle particolari giornate rituali presso la Fondazione Merz lo sguardo degli artisti alza l’attenzione verso altri cittadini Tamil dispersi nel mondo e approda a quei destini segnati dall’esperienza dell’esilio e della diaspora internazionale. La mostra, intrecciata in un’occasione di incontro e dialogo con le grandi installazioni di Mario Merz, si presenta con una serie di monitor, posti ad altezza umana, dal titolo “Public prayers”, che sembravano rivolgersi direttamente allo spettatore, offrendo una sequenza di ritratti dalla trattenuta e pur toccante intensità di racconto. Prosegue con l’installazione di “Seam” che, tramite la giustapposizione di una serie di diapositive proiettate in cui sono rappresentate immagini d’archivio tratte da siti web dedicate alla lunga guerra civile e parallelamente la cronaca delle ore di lavoro di un operaio Tamil impegnato presso un lanificio biellese, mette in scena una sorta di cortocircuito spiazzante sui paradossi della condizione di cittadinanza all’alba di questo terzo millennio. Assolutamente centrale giunge il lavoro video “Before and After”, dove i bramini pervenuti a Torino in occasione del grande rituale del fuoco, sono ripresi in situazioni e frammenti di distesa quotidianità e poi a contatto con un’altra delegazione Tamil in visita occasionale. Nel cuore sotterraneo della sede espositiva, si arrivava quindi al culmine della mostra: “Soul diaspora”, vasta videoinstallazione composta da tre grandi proiezioni, mette in scena e in atto una serie di riflessioni non semplicemente dedicate al senso del gesto artistico, del fare arte, quanto piuttosto esprime delle domande più ampie, più profonde, incentrate sul rapporto fra lo spazio, il tempo e la loro compresenza che l’umanità si trova a condividere su questa Terra. Avviando un confronto con il lavoro filosofico di Laib, i due artisti torinesi hanno lavorato su differenti registri (i bramini, gli esuli, i lavoratori, le notizie distanti della guerra e della realtà quotidiana di una diaspora) optando per la ricerca di una comprensione più profonda che riesca a suscitare la crescita e l’arricchimento interiore dello spettatore, oltre lo stupore e attraverso il dialogo.

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